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Da Duchamp a Dalì: i grandi rivoluzionari del ‘900 in mostra a Bologna

Resta aperta fino al 25 febbraio 2018 “Duchamp, Magritte, Dalì – I Rivoluzionari del ‘900”, la mostra, dal respiro internazionale, dedicata ai grandi nomi dell’arte dello scorso secolo che hanno saputo rompere con il passato e inventare un mondo nuovo, impregnato di creatività e genialità.

Sono quasi 200 le opere esposte a Palazzo Albergati a Bologna, tutte provenienti dall’Israel Museum di Gerusalemme: quadri, fotografie, sculture, collage e ready made, generosamente prestati dal museo israeliano, rappresentano il nucleo dell’esposizione, curata da Adina Kamien-Kazhdan, curator of Modern Art at The Israel Museum, e organizzata dal Gruppo Arthemisia.

Il percorso, che si snoda attraverso cinque sezioni (accostamenti meravigliosi; desiderio: musa e abuso; l’automatismo e la sua evoluzione; biomorfismo e metamorfosi; illusione e paesaggio onirico) si nutre delle ideologie di due movimenti artistici, il Dadaismo e il Surrealismo, che hanno profondamente rivoluzionato il sistema dell’arte del Novecento.

Il Dadaismo, nato in Svizzera nel 1916, si diffonde in un’Europa piegata dalla distruzione e dalla morte, causate dalla prima guerra mondiale: per gli artisti seguaci di questa corrente, la guerra, con le sue devastazioni, diviene la prova del fallimento del pensiero positivista e della cultura borghese di fine Ottocento. Dada, la non-parola che identifica il nuovo movimento, non ha, infatti, alcun significato, a riprova del fatto che l’arte non doveva essere frutto di un pensiero razionale, ma meramente istintivo. L’obiettivo del movimento dadaista era quello di distruggere una concezione vecchia dell’arte stessa, decostruendone il linguaggio tradizionale.

Sulla scia del fermento dadaista, pone le basi il Surrealismo, un movimento rivoluzionario, nato a Parigi, il cui manifesto fu redatto da André Breton nel 1924, che mira alla ricerca di una nuova realtà, influenzato dalle nuove scoperte sull’inconscio avvenute in ambito psicoanalitico. Essendo fallita la prospettiva positivista, secondo i surrealisti, l’uomo inizia a cercare risposte non più in luoghi abitati dalla ragione, ma preferisce attingere visioni dal mondo onirico.

Accomunati dall’impeto di aver sfidato la tradizione, Dadaismo e Surrealismo rappresentano non solo due movimenti artistici, ma soprattutto due correnti ideologiche universali in grado di aver creato poetiche critiche, portatrici di principi provocatori e dissacranti, che hanno messo in crisi l’arte passata, aprendo le porte alla reinvenzione.

Quello che emerge dall’esposizione è proprio l’atteggiamento provocatorio della produzione artistica di questo periodo, unito alla volontà di ripartire con una nuova arte che non stesse più sul piedistallo, ma che coincidesse con la vita stessa.

La mostra offre una panoramica completa di una collezione avanguardistica che parla un linguaggio universale, per noi ormai acquisito, anche se molte volte ancora molto incompreso: sotto i riflettori ci sono, infatti, i ready-made di Duchamp, i fotomontaggi di Man Ray, i processi di creazione con l’automatismo psichico teorizzato da Breton e il metodo paranoico di Dalì, tutti elementi che hanno sovvertito l’arte di quel tempo e che non solo hanno sfidato e rinnegato la tradizione, ma hanno introdotto strategie innovative destinate a trasformare il vocabolario dell’arte.

L’uso di materiali e oggetti quotidiani nelle opere di dadaisti e surrealisti annulla, infatti, il confine tra arte e vita, producendo accostamenti seducenti ma anche disorientanti: essi diventano parte di un nuovo racconto, reinventato, che stimola l’osservatore a riflettere sul significato dell’arte stessa.

Duchamp è considerato il padre del ready made, cioè di quelle opere realizzate con oggetti reali ma non prodotte con fini estetici, che vengono però presentati come opere d’arte.

È il caso di Ruota di bicicletta del 1913: uno dei tanti esempi di ready made in cui Duchamp mette in discussione il concetto stesso di arte, molto spesso anticipando i principi dell’arte concettuale di metà Novecento. Per l’artista francese la vera opera d’arte è l’idea e solo proponendo nuovi significati alle cose, anche a quelle già esistenti, si possono creare nuove visioni.

Dello stesso spessore iconico è l’irriverente ready-made della Gioconda con i baffi, dal titolo francese L.H.O.O.Q., che volgarmente significa “Elle a chaud au cul”.

Al termine del percorso espositivo, imponente per le sue dimensioni, si scorge una delle più celebri tele di René Magritte, Le Chateau de Pyrenees: in essa la realtà gioca stilisticamente con l’assurdo. La roccia sospesa nell’aria, rappresenta una sfida alla gravità ma anche una resa illusionistica, trasformando il quotidiano in sogno. Con questa raffigurazione Magritte ci fa riflettere sulla concezione tipicamente postmoderna del vuoto, della mancanza di radici e sull’incertezza del nostro presente.

L’allestimento, scandito dalle cinque sezioni tematiche, è caratterizzato principalmente da cinque colori e arricchito da un doppio omaggio realizzato dall’architetto Oscar Tusquets Blanca: in onore a Dalì, ha ricostruito la sala di Mae West, mentre in omaggio a Duchamp ha ricreato l’installazione 1,200 Sacks of Coal, che l’artista aveva creato per l’Esposizione Internazionale del Surrealismo, del 1938.

La mostra si rivela quindi un percorso all’interno dell’immaginazione e dell’inconscio, e propone una visione determinata a rivoluzionare l’arte e a rompere con il passato: Marcel Duchamp, Max Ernst, Joan Miró, René Magritte, Salvador Dalí e molti altri artisti hanno apportato al mondo dell’arte un carattere profondamente sovvertitore. Introducendo nuove tecniche espressive, cambiarono completamente i paradigmi dell’espressione artistica, realizzando una rottura profonda con il passato e ponendo così le basi per nuovi linguaggi e per la futura arte contemporanea.

Tutti gli artisti in mostra hanno dunque sfidato la tradizione praticando accostamenti sorprendenti e astraendo gli oggetti dal contesto comune e hanno minato il mondo dell’arte convenzionale alla base, liberandolo verso le forme espressive più estreme.

 

 

Giulia Fedrigo

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